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Pubblicato il: 21 maggio 2020 alle 10:20

Ignazio Sanfilippo

L’avventurosa operazione di intelligence di un esploratore siciliano nel deserto libico

Vincenzo Ferrara
Ignazio Sanfilippo

Ignazio Sanfilippo

Terra promessa o scatolone di sabbia? Soluzione del problema migratorio del meridione d’Italia o inutile sforzo militare e finanziario, sterile di benefici per il proletariato rurale?

Era questo il dibattito politico nell’Italia liberale dei primi del ‘900 e uno dei dubbi che affliggevano Giovanni Giolitti circa la convenienza di una colonizzazione delle provincie della Tripolitania e Cirenaica allora sotto il dominio ottomano.

Esistevano realmente quei vasti giacimenti di zolfo addirittura a cielo aperto che alcuni viaggiatori asserivano di aver visitato nel corso delle loro escursioni?

Il problema non era da poco. Lo sfruttamento di eventuali giacimenti di zolfo da parte di una potenza straniera avrebbe determinato il tracollo del settore solfifero siciliano già gravemente colpito dalla concorrenza dello zolfo americano estratto col metodo Frash a bassissimi costi. Anche il Ministro degli Esteri, Antonino Di San Giuliano ed il suo Sottosegretario Pietro Lanza di Scalea, ambedue siciliani, temevano le ripercussioni di un tale evento sull’economia isolana.

Bisognava accertare la composizione geologica di quelle terre, operazione da tenere segreta ai comandi turchi.

Longa manus del Governo nell’azione di “penetrazione pacifica” in Libia è il Banco di Roma. A Tripoli il Banco ha aperto una Succursale a dirigere la quale ha chiamato Enrico Bresciani, uomo d’affari con esperienza coloniale in Somalia, ma in realtà agente segreto sotto copertura.

Il Bresciani, informato dell’attenzione che lo spionaggio francese e tedesco sta riservando allo stesso obiettivo, pressa affinché si avvii prontamente un’operazione di intelligence:

…mi occorrerebbe una persona tecnica che sia disposta a recarsi sul posto per (far) rilevare la vera posizione delle miniere o giacimenti… da una persona competente. Ora a me è difficile trovare questa persona senza destare sospetti mentre credo che S.E. il Principe di Scalea potrebbe suggerircela e prestarcela. Deve essere però persona di assoluta fiducia, seria e che non abbia paura di recarsi un po’ lontano…” (Lettera di E. Bresciani del 17.3.1910 alla Direzione Generale del Banco di Roma. Archivio Storico Unicredit-Banca di Roma, Ufficio Studi, busta 2, fasc.2).

Il Principe di Scalea, anch’egli proprietario di zolfare, si attiva personalmente nella ricerca rivolgendosi a Ignazio Florio ed Ernesto Binetti principali esponenti della più importante impresa solfifera siciliana, la Societé Générale des Soufres. Florio e Binetti non hanno dubbi nell’indicare in Ignazio Sanfilippo la persona adatta a questa rischiosa esplorazione.

Ignazio Sanfilippo (1857-1943) è un industriale siciliano, proprietario di miniere di zolfo nell’agrigentino da lui già dirette in passato. Esperto di geologia e mineralogia, profondo conoscitore dell’arte mineraria, inventore di forni di combustione dello zolfo, grazie alla sua lunga esperienza è stato cooptato dalla Societé come Direttore Generale Tecnico con responsabilità di coordinamento e supervisione dei Direttori delle zolfare del gruppo, una decina, con una produzione totale di circa 400.000 tonnellate e un personale di circa 7.000 unità.

Sbarco sulla spiaggia di Auilèt-Zauia. 1.7.1910

Sbarco sulla spiaggia di Auilèt-Zauia. 1.7.1910 – Foto Sanfilippo

Il Sanfilippo giunge a Tripoli il 23 giugno 1910 ufficialmente per svolgere un’esplorazione agronomica. Il vero scopo della Missione, organizzata dal Bresciani e da Enrico Pestalozza, Console Generale d’Italia, è segreto. La tappa principale del viaggio è Wadi-el-Kebrit località del deserto sirtico nella quale era stata segnalata la più importante miniera di zolfo. Il gruppo, formato dal Capo Missione, da un attendente-guardia del corpo che il Sanfilippo porta con sé dalla Sicilia, da un interprete, da tre guide beduine Magarba e un “servitore negro”, giunge alla rada di Auilèt-Zauia a bordo del piroscafo Marco Aurelio e da lì, dopo una lunga cavalcata, il 2 di luglio è in vista di Wadi-el-Kebrit.

Il Sanfilippo informa subito il Ministro Di San Giuliano:

“Qui una disillusione ci attendeva: nessuna traccia di sotterranei, di lavori a cielo scoperto, di minerale solfifero … Le famose miniere della Sirtica non sono che dei laghetti di acqua sulfurea dove gli arabi raccolgono il poco limo solforoso che vi si deposita” (Lettera riservata del 16 settembre 1910 di Ignazio Sanfilippo al Ministro Di San Giuliano).

e, rientrato in Italia, scrive nel suo rapporto:

“ad esso (laghetto) accorrono per cura gli abitatori di quelle sterminate contrade desertiche che spesso fanno precedere il bagno da sacrifici di agnelli. Le nostre guide beduine, infatti, ed il cammelliere appena arrivati, dopo una breve orazione, si tuffarono nell’acqua prima ancora che noi fossimo smontati da cavallo“. (I. Sanfilippo, Relazione sulla Missione in Cirenaica, Parte Prima Lo Zolfo della Sirtica, Palermo 16.10.1910).

Dai rilevamenti effettuati nei 53 giorni africani, l’esploratore siciliano ricava indizi sufficienti a giustificare un approfondimento delle ricerche del minerale.

Componenti la Missione Sanfilippo-Sforza (da sinistra seduti: Ignazio Sanfilippo, Ascanio Michele Sforza)

Componenti la Missione Sanfilippo-Sforza (da sinistra seduti: Ignazio Sanfilippo, Ascanio Michele Sforza)

Il Ministero degli Esteri accoglie il suggerimento e gli affida una seconda esplorazione organizzata dal Ministero stesso e dal Banco di Roma, interamente finanziata da quest’ultimo, fornita di mezzi adeguati e autorizzata dal Governo Ottomano. A Tripoli al Sanfilippo e ai due aiutanti siciliani, si aggregano il Conte Ascanio Michele Sforza, un interprete e tre influenti Capi Arabi. L’8 aprile del 1911 parte da Tripoli l’avventurosa Missione Mineralogica Italiana Sanfilippo-Sforza.

Il programma di viaggio prevede due tappe:

“la prima parte di esso aveva di mira le ricerche nelle fronti nordiche dell’altipiano della Tripolitania, dai pressi del confine sino a Homs e a Misurata.  La seconda parte del viaggio si riferiva al Giofra e alla Sirtica sino a Bengasi dove, con l’ausilio delle conoscenze da noi acquisite, si doveva compilare un altro itinerario inerente alle ricerche nella Cirenaica propriamente detta e nella Marmarica.” (I. Sanfilippo, I Lavori e le Vicende della Missione in Libia nel 1911 e 1912, Fasc. IV).

Itinerario di viaggio della Missione Sanfilippo

Itinerario di viaggio della Missione Sanfilippo

La Missione, pur protetta da un Iradè imperiale e autorizzata dal Valì di Tripoli subisce fin dall’inizio il deciso ostruzionismo dell’Ufficiale turco di scorta che proibisce scavi oltre i 20 centimetri di profondità ed ogni prelievo di campioni di rocce se non in superficie. Impone inoltre limitazioni alle escursioni e ai contatti con gli indigeni. Ciononostante, Sanfilippo riesce ad effettuare interessanti ricognizioni, registrare indizi sulla presenza del minerale di zolfo, approntare studi preliminari sulle condizioni di mineralizzazione, raccogliere campioni utili alle analisi successive.

Mohamed Bugalia, Capo Arabo - Foto Sanfilippo

Mohamed Bugalia, Capo Arabo – Foto Sanfilippo

Importanti sono gli incontri con i capi arabi locali da rivelarsi utili in una successiva fase di colonizzazione.

Man mano che ci si addentra nel sud del paese, aumenta il rischio di attacchi da parte di predoni beduini. Viene incrementata ulteriormente la scorta: la carovana arriverà a contare un centinaio di cammelli e una settantina di uomini fra soldati turchi, zaptiè, carovanieri, servitori.

Il viaggio in libertà, dura sei mesi, durante i quali Sanfilippo e compagni visitano magnifiche vestigia di epoca romana come Leptis Magna, città dell’imperatore Severo, ancora quasi totalmente sepolta – e quindi protetta – dalla sabbia.

Leptis Magna. Foto Sanfilippo

Leptis Magna. Foto Sanfilippo

Gli approvvigionamenti e le comunicazioni inviati da Tripoli con corrieri cammellati non arrivano sempre regolarmente. I pozzi sono noti solo alle guide e i rifornimenti di acqua, anche a 65 metri di profondità, implicano lunghe deviazioni, prolungate attese e rigidi turni. Nei mesi più caldi si arrivano a toccare i 47° all’ombra e le tempeste di sabbia rendono impossibile anche il semplice cammino.

: Il mehàri di I.Sanfilippo - Foto Sanfilippo

Il mehàri di I.Sanfilippo – Foto Sanfilippo

Nella seconda parte del viaggio, gli esploratori italiani sono costretti a sostituire i propri cavalli con dromedari più adatti al clima desertico e ai lunghi intervalli di abbeveramento. La creatività italiana permette però di escogitare sistemi per mitigare i raggi del sole.

Durante il Ramadan i carovanieri chiedono di effettuare i trasferimenti di notte quando è loro consentito di bere; le necessità operative dell’esplorazione impediscono però al Capo Missione di accogliere la richiesta creando pericolosi malcontenti.

Carovanieri della Missione fotografati dall'interno della prigione di Sokna - Foto Sanfilippo

Carovanieri della Missione fotografati dall’interno della prigione di Sokna – Foto Sanfilippo

Nel frattempo i rapporti diplomatici italo-turchi si vanno deteriorando. Dopo un ultimatum di sole 24 ore, il 29 settembre 1911 l’Italia dichiara guerra alla Turchia e dal 1° ottobre i cinque italiani sono considerati prigionieri. Rimarranno nelle mani dei turchi per 13 mesi trascorsi in 5 prigioni diverse (Sokna, Murzuk, Brach, Garian, Jefren) sempre in pessime condizioni ambientali, igieniche e di sicurezza.

Il cibo, scarso, è quasi esclusivamente costituito da riso spezzato condito con grasso di montone. Solo raramente ricevono pane nero e qualche costola di pecora arrostita. L’acqua deve essere bollita ma ciò non evita ricorrenti disturbi intestinali. Minacciati di esecuzione, all’oscuro sulle sorti della guerra e senza alcun contatto col mondo esterno, mancano di tutto: vestiario, denaro, medicine. A tutti è consentita solo un’ora d’aria al giorno.

Questo epilogo drammatico è inspiegabile. Il Banco e il Consolato riescono ad evacuare tutta la comunità italiana ma dimenticano di avvisare la Missione. Una strana dimenticanza che legittima il sospetto che si sia voluto creare un casus belli: sacrificare la vita dei cinque Italiani per ammorbidire le opposizioni pacifiste.

Liberazione della Missione. L'Illustrazione Italiana 1/12/1912 n.48

Liberazione della Missione. L’Illustrazione Italiana 1/12/1912 n.48

L’opinione pubblica italiana segue la vicenda con apprensione e gioisce alla notizia della liberazione avvenuta l’11 novembre 1912, dopo la firma del trattato di pace.

L’interruzione traumatica dell’esplorazione lascia senza risposta la questione dello zolfo. Il successivo stato di guerriglia non permetterà una ripresa dell’esplorazione. Negli anni trenta Sanfilippo sarà incaricato di una nuova missione alla ricerca di fosfati.

Il gentiluomo siciliano ottiene varie onorificenze ed è ricevuto dal Re Vittorio Emanuele III al quale omaggia la prima serie dei cinque album contenenti 608 fotografie scattate durante le due spedizioni libiche. In quell’occasione il Re lo riceve appellandolo “ingegnere”. Avendo il Sanfilippo precisato che ingegnere non era, Vittorio Emanuele, apprezzandone la modestia, gli risponde che neppure Guglielmo Marconi lo era. Una copia degli album dal titolo “La Libia nell’ultima ora della dominazione Turca” è donata alla Società Geografica Italiana della quale egli è Socio Corrispondente. Sarà nominato Socio Onorario nel 1914. Il 2 marzo 1913 la SGI lo invita a tenere una conferenza nell’Aula Magna del Collegio Romano per illustrare gli avvenimenti della sua eroica impresa. Il testo del convegno è pubblicato sul Bollettino di detta Società.

Testi per approfondire:

Giannò S., I bacini minerari della Tripolitania, Roma, 1905;
Sanfilippo I., Relazione della Missione in Cirenaica, Parte Prima, Lo zolfo della Sirtica, Palermo, 1910;
Bevione G., Come siamo andati a Tripoli, Milano, F.lli Bocca, 1912;
Sanfilippo I., Attraverso la Tripolitania ed il Fezzàn. Cenni sulla costituzione dei terreni (vol. 1), Palermo, 1914;
Sanfilippo I., Cenni selle formazioni gessose e sui giacimenti solfiferi (vol 2), Palermo, 1914;
Sanfilippo I., Allegati in appoggio alla relazione sulla costituzione dei terreni della Tripolitania del Fezzàn (vol. 3), Palermo, 1914;
Sanfilippo I., I lavori e le vicende della Missione in Libia nel 1911 e 1912 (vol. 4), Palermo, 1914;
Sanfilippo I., Rendiconto di spese e materiale della Missione durante il viaggio e la prigionia (vol. 5), Palermo, 1914;
Giolitti G., Memorie della mia vita, Milano, F.lli Treves, 1922;
Desio A., L’esplorazione Mineraria della Libia, Milano, Istituto per gli studi di politica internazionale, 1943;
De Rosa L., Storia del Banco di Roma, Roma, 1983-1984;
Del Boca A., Gli Italiani in Libia – Tripoli Bel Suol d’Amore, Milano, Mondadori, 1993;
Grange D., L’Italie et la Méditerranée (1896-1911), Collection de l’Ècole Française de Rome 1994;
Ministero Affari Esteri, I documenti diplomatici italiani – Quarta Serie: 1908-1914 vol.V-VIII, Roma, 2001
Società Geografica Italiana, Un Secolo di immagini fra Ottocento e Novecento, Novara, De Agostini, 2002
Ferrara V., Ignazio Sanfilippo – Un Gattopardo nel Deserto, Caltanissetta, Lussografica, 2012