Home » Gli Esploratori » Caput Nili. La ricerca delle sorgenti del Nilo

Pubblicato il: 31 luglio 2020 alle 4:42

Caput Nili. La ricerca delle sorgenti del Nilo

Annibale Damiano
Mosaico del Nilo di Palestrina (II-I secolo a.C.) conservato dal 1956 presso il Museo archeologico prenestino

Mosaico del Nilo di Palestrina (II-I secolo a.C.) conservato dal 1956 presso il Museo archeologico prenestino

L’enigma delle sorgenti del Nilo fu uno dei misteri del mondo antico che ossessionò per lungo tempo faraoni e imperatori, esploratori e viaggiatori, e che trovò la sua soluzione solo nella seconda metà del XIX secolo.

La storia che mi appresto a raccontare e che è poco conosciuta, riguarda una spedizione al tempo degli antichi Romani promossa dall’Imperatore Nerone, la prima nella storia che dall’Europa si rivolgeva verso l’Africa equatoriale, per trovare le sorgenti del fiume Nilo. Questa missione oltre alla natura esplorativa aveva lo scopo di acquisire informazioni geografiche delle regioni a sud dell’Egitto in vista di una possibile espansione verso l’Etiopia, nome con il quale venivano chiamate tutte le terre a sud dell’Egitto. Queste zone erano attraversate da grandi carovane che portavano in Egitto e nelle province sahariane che si affacciavano sul Mediterraneo oggetti preziosi, alimentando così le fantasie dei vari commercianti romani.

Nel 62 d.C. la spedizione guidata da un tribuno militare e da due centurioni e composta da pretoriani partì dalla città di Siene (Assuan) verso quello che allora era il centro commerciale più a sud nella Bassa Nubia, Maharraqa. Il viaggio proseguì verso Tama, città degli etiopi evonimiti, Acira, Pitara e Tergedo. I rapporti su queste zone parlano di un territorio con un clima inospitale, abitato da strani animali sconosciuti a Roma come i pappagalli, le “sfingi” (probabilmente delle piccole scimmie che si muovevano su quattro zampe) e il babbuino che i romani di allora identificarono con le creature mitologiche cinocefale dalla testa come quella di un cane e il corpo di uomo. Proseguendo si imbatterono nella città di Napata, ex capitale del regno di Kush, ormai in rovina, caratterizzata da vecchi palazzi e templi a testimonianza di una gloria passata, procedendo infine verso la nuova capitale del regno di Kush, Meroe. In questa città i romani incontrarono la Kandake (regina) Amanikhatashan, che offrì loro dei salvacondotti per attraversare i territori del sud, abitati da popolazioni bellicose. La regina, inoltre, mise a disposizione guide esperte e una scorta militare.

“Cum a rege Aethiopiae instructi auxilio commendatique proximis regibus penetrassent ad ulteriorem” – Seneca

Il tratto tra Siene e Meroe fu di particolare difficoltà in quanto si dovevano superare le sei cateratte del fiume che costrinsero i romani a percorre lunghi itinerari via terra.

Una volta superata la sesta cateratta, nei pressi dell’odierna città di Khartum, i romani scoprirono che il fiume si biforcava. Le guide suggerirono di proseguire per il tratto più ad ovest, quello che oggi è chiamato il Nilo Bianco. Il ramo ad est è quello conosciuto come Nilo Azzurro e che trova la sua origine nel lago Tana.

Risalendo il Nilo Bianco, la spedizione dovette fermarsi a causa di una zona paludosa che impediva l’avanzata. Alla fine gli esploratori si trovarono davanti alle rocce da cui la forza del fiume usciva con potenza.

Ibi, inquit, vidimus duas petras, ex quibus ingens vis fluminis excidebat” – Seneca

A quel punto i viaggiatori pensarono di essere giunti alle sorgenti del fiume e intrapresero il viaggio di ritorno. Alcuni studiosi hanno identificato la zona paludosa dove la spedizione si fermò nel lago No, formato dalla confluenza del Bahr al Ghazal con il Nilo Bianco, a sud del Sudan e che si disperde in tanti ruscelli. Non si esclude, inoltre, che la spedizione sia arrivata in territorio ugandese. Il riferimento di Seneca all’acqua che usciva dalle due rocce non sarebbe altro che un richiamo alle cascate Murchison, in passato dette Kabalega, che si trovano in prossimità del lago Alberto e di un ramo del Nilo Bianco emissario del lago Vittoria.

La spedizione non riuscì ad arrivare alle sorgenti del fiume Nilo che distavano ancora mille chilometri, anche se fu indubbiamente un’impresa sorprendente considerando i mezzi e le attrezzature dell’epoca e che rivelò nuovi aspetti della figura di Nerone.

Romolo Gessi, Corso del Nilo, 1874

Romolo Gessi, Corso del Nilo, 1874

Tra gli autori romani che narrano di questa spedizione e di altre verso le sorgenti del Nilo vi sono Seneca che nel Naturales quaestiones  offre un resoconto dettagliato della spedizione neroniana. Plinio il Vecchio che nella Naturalis Historia parla di una spedizione alla scoperta delle sorgenti del Nilo intorno al 67 a.C. in vista di una conquista delle terre a sud dell’Egitto promossa da Nerone. E ancora di una missione risalente al regno di Augusto promossa dal prefetto dell’Egitto Publio Petronio con lo scopo di conquistare la città di Meroe. Plinio descrive in modo dettagliato le vicende, le distanze percorse, le città attraversate, permettendo un confronto tra la spedizione neroniana e quella augustea che si ritrovano anche nell’opera di Seneca.

Diogene, mercante greco-romano, marciò all’interno del continente africano intorno al 100 a.C. arrivando fino a due grandi laghi dietro i quali si ergevano dei monti innevati. Diogene pensò di aver trovato le sorgenti del Nilo e chiamò il monte Meru e Kilimangiaro “Monti della Luna”, il lago Vittoria, il lago Eyasi e il lago Natron “Laghi della Luna” e “Altopiani della Luna” quelli dei territori corrispondenti all’attuale parco nazionale del Serengeti. Il viaggio di Diogene ci viene raccontato anche dal geografo Marino di Tiro e da Claudio Tolomeo il quale affermò che all’origine del fiume Nilo c’erano quei grandi laghi alimentati dalle “Montagne della Luna”.

La ricerca delle sorgenti del Nilo si protrarrà fino agli anni Settanta dell’Ottocento con le avventurose esplorazioni africane di David Livingstone, Richard Burton, John Speke, i coniugi Samuel e Florence Baker e Henry Stanley. Ma tra gli esploratori ci fu anche il veneto Giovanni Miani che nel 1860 era arrivato a 3° 32 ’ di latitudine Nord e inconsapevolmente a meno di cento chilometri dalle sorgenti del Nilo.

Carta delle sorgenti occidentali del fiume Bianco (Nilo superiore) secondo le resultanze dei viaggi di Orazio Antinori e di Carlo Piaggia coordinati cogli itinerari di Burton, Speke e Grant, Heuglin, Baker e colle dotte congetture del prof. Figari Bey, 1868

Carta delle sorgenti occidentali del fiume Bianco (Nilo superiore) secondo le resultanze dei viaggi di Orazio Antinori e di Carlo Piaggia coordinati cogli itinerari di Burton, Speke e Grant, Heuglin, Baker e colle dotte congetture del prof. Figari Bey, 1868