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Pubblicato il: 22 aprile 2020 alle 2:09

Il Duca degli Abruzzi e il K2

Storia della spedizione italiana in Karakorum del 1909

 Filiberto Ciaglia

Il ghiacciaio Baltoro visto dai piedi del Gusherbrum - Foto di Vittorio Sella

Il ghiacciaio Baltoro visto dai piedi del Gusherbrum – Foto di Vittorio Sella

Quando Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi iniziò a sognare il Karakorum, fu per un caro amico esploratore che sparì tra quelle montagne. Albert Frederick Mummery lo accompagnò sulla vetta del Cervino nel 1894, percorrendo la cresta di Zmutt che lo stesso inglese aprì addirittura nel 1879. Nella salita il Duca, che già all’epoca contava ascese di rilievo lungo l’arco alpino, ascoltò con meraviglia i progetti esplorativi di Mummery, che di lì a un anno avrebbe intrapreso il suo viaggio in Karakorum per scalare la vetta inviolata del Nanga Parbat, un ottomila tra i più complessi che da sogno pionieristico divenne teatro d’una fine silenziosa. L’alpinista inglese scomparve per sempre tra i ghiacci della montagna assieme ai portatori nel 1895 e la notizia colpì profondamente l’animo del Duca, che maturò con gli anni l’idea di una spedizione per rendere omaggio all’amico proprio tra le grandi vette dell’Asia Centrale, un’idea che prese il largo il 26 marzo del 1909 a bordo del piroscafo “Oceania”, che da Marsiglia senza aver sparso la voce salpò alla volta di Bombay con una squadra di prim’ordine composta, tra gli altri, dal medico e cronista Filippo De Filippi e da Vittorio Sella, fotografo del viaggio. L’obiettivo era il K2, la seconda montagna del pianeta.

Campo della spedizione di S.A.R. il Duca degli Abruzzi sul lato sinistro del Baltoro - Foto di Vittorio Sella

Campo della spedizione di S.A.R. il Duca degli Abruzzi sul lato sinistro del Baltoro – Foto di Vittorio Sella

Il 9 aprile i membri della spedizione sbarcarono in India e da lì proseguirono in treno verso la città pakistana di Rawalpindi e la catena del Karakorum[1], un sistema montuoso che si stacca da quello himalayano in direzione nord ovest e comprende centinaia di cime, molte delle quali superano i 7000 metri d’altezza e quattro addirittura gli 8000 metri. Dalla stazione di Rawalpindi, gli esploratori si mossero alla volta di Skardu percorrendo 362 chilometri con una lunga carovana al seguito, prima di spingersi ai piedi del ghiacciaio del Baltoro da cui la salita si fece molto più faticosa. I portatori erano in totale 260, appesantiti da carichi che gravarono ancor di più sulle loro spalle all’aumento delle pendenze e delle difficoltà tecniche dell’ambiente dei 4000 metri, ove fu predisposto un campo base in località Urdukas e cominciata la raccolta dei dati scientifici. Qui il Duca scelse una decina tra i portatori più forti che lo avrebbero accompagnato nei campi più alti, mentre altri 25 avrebbero portato le attrezzature e i viveri fino ai campi intermedi, i restanti furono pagati e si assicurò che disponessero dei viveri necessari per il viaggio di ritorno.

Versante orientale del K2, visto dalla Sella dei Venti - Foto di Vittorio Sella

Versante orientale del K2, visto dalla Sella dei Venti – Foto di Vittorio Sella

Dopo una prima parte di salita caratterizzata da condizioni non ottime e nuvole basse, all’improvviso si scoprì la sagoma del K2 e fu prontamente immortalata da Vittorio Sella prima d’essere nuovamente inghiottita dalle nubi. Il Duca e la sua squadra si trovavano in località Concordia a 4900 metri d’altezza, l’attuale campo base utilizzato dalle spedizioni internazionali per l’ascensione. Predisposto un nuovo campo fisso, la spedizione intraprese le prime perlustrazioni dei pendii orientali candidati alla salita i quali si rivelarono tuttavia troppo complessi rispetto ad un costone roccioso meno esposto alla caduta di valanghe. Dal campo 3 il Duca si spinse oltre i 5560 metri ove fu posto il campo 4 prima di rientrare, ma la mole inaspettata della montagna destabilizzò i componenti della cordata. Nessuno immaginava che le distanze potessero rivelarsi decisamene sottostimate rispetto a quanto studiato nella fase organizzativa. In aggiunta, si verificarono i primi segnali di illusioni ottiche, delirio ed allucinazioni specie nelle guide alpine impegnate al fianco del principe, fedeli compagne anche in altre spedizioni del passato.

Il Broad Peack dalla morena sinistra del Ghiacciaio Savoia affluente di destra del ghiacciaio Godwin Austen - Foto di Vittorio Sella

Il Broad Peack dalla morena sinistra del Ghiacciaio Savoia affluente di destra del ghiacciaio Godwin Austen – Foto di Vittorio Sella

Nonostante le evidenti difficoltà sopraggiunte, l’ossessione e la perseveranza del Duca furono tali da spingere la spedizione ben oltre il campo 4, superando i 6200 metri per poi discendere a causa delle cattive condizioni in direzione del campo 3. Da qui gli alpinisti ebbero modo di rifocillarsi e di recuperare le forze per sfruttare la prima finestra di bel tempo in un tentativo di salita sul versante ovest, già studiato durante la ricognizione e scalato per raggiungere lo sperone nord occidentale della montagna. Tuttavia, fu nuovamente la sottostima delle distanze a compromettere il tentativo di salita, cui s’aggiunsero l’ampiezza dei crepacci, le frequenti valanghe e il problema della mancanza d’ossigeno che, quand’anche in un regime d’ottimo acclimatamento, aumenta considerevolmente le fatiche d’ascesa. Giunti ad un colle di 6666 metri furono costretti a rinunciare per la seconda volta, nessuno aveva mai raggiunto prima d’allora quella quota sul K2. L’ultimo tentativo, infine, ebbe luogo nel versante sud-est, ma le difficoltà legate principalmente ai crepacci e poi alle fatiche accumulate dagli esploratori, rese vana l’idea di perseverare nell’ascesa di questa montagna, ancora troppo ambiziosa per il tempo. Il Duca rinunciò al K2 il 28 giugno, ritenendo forse per la prima volta in vita sua che la seconda piramide del mondo fosse la più inaccessibile.

Bride Peak visto dal ghiacciaio Godwin Austen - Foto di Vittorio Sella

Bride Peak visto dal ghiacciaio Godwin Austen – Foto di Vittorio Sella

Ciononostante, conservò la forza per un’impresa “di riserva”, incredibilmente ambiziosa se si pensa che si trattava del 1909: superare l’altitudine massima raggiunta dall’uomo nelle conquiste alpinistiche, che al tempo corrispondeva ai 7300 metri della vetta himalayana del Cabrù. Luigi di Savoia scelse il Bride Peak, una cima di 7654 ad ovest del ghiacciaio del Baltoro dalle linee apparentemente più clementi rispetto al K2. Il campo base fu piazzato a quota 5071 metri e l’assalto impegnò gli alpinisti per diciotto giorni, dieci dei quali trascorsi in tenda al riparo dalle bufere inenarrabili di quelle altezze. L’alba che seguì l’ultima notte in tenda fu incerta, ma il Duca scelse di superare i 6853 metri dell’ultimo campo e di aprire la strada alla volta della vetta; fu la guida Petigaz, come sul St.Elia e sul Ruwenzori, a farsi largo tra la neve fresca e a condurre i compagni fino ad un’altezza di 7498 metri. Le condizioni divennero così pericolose che i quattro uomini, addossati l’uno all’altro per proteggersi dal freddo in attesa di una schiarita, dovettero rinunciare alla vetta. Nel discendere, possiamo immaginare che i pensieri del Duca lo tormentassero non poco nella formula della doppia sconfitta, la più amara lungo i pendii del K2 e la seconda sul Bride Peak. Eppure il principe esploratore e i suoi compagni dai nomi altrettanto risonanti furono coscienti dei traguardi straordinari raggiunti nell’impresa.

Il K2 dal Ghiacciaio Godwin Austen - Foto di Vittorio Sella

Il K2 dal Ghiacciaio Godwin Austen – Foto di Vittorio Sella

La spedizione italiana al Karakorum del 1909 fu il più ambizioso tentativo di scalata del K2 posto in essere a partire dal primo, più modesto, avvenuto nel 1902. I 6666 metri del colle più alto raggiunto rappresentarono la quota massima e culminante di più tentativi d’esplorazione compiuti in pochi giorni attraverso versanti differenti della montagna, che ad oggi risulta tra gli ottomila con il più alto tasso di mortalità; il record del Bride Peak, che rimase inviolato per soli 156 metri mancanti alla vetta, permise agli esploratori di raggiungere una quota mai prima d’allora toccata da un essere umano, ed infine la raccolta di dati scientifici, la realizzazione di un prezioso resoconto di viaggio[2] e delle fotografie del Karakorum arricchirono l’impresa di un patrimonio dal valore inestimabile, fondamentale per il futuro delle esplorazioni in Asia Centrale[3]. In effetti, sebbene il futuro del Karakorum conobbe molteplici attori, la presenza italiana si rivelò una costante nei successivi decenni, si pensi alle spedizioni del 1913-14 e del 1929, capitoli d’un sogno esplorativo che incitò generazioni di scienziati, scrittori ed esploratori fino all’estate del 1954, quando il K2 fu violato per la prima volta dall’uomo, e neanche a dirlo si trattò degli italiani.

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[1] I primi europei che visitarono la regione si mossero alla prima metà del XIX secolo, quando l’inglese Moorcraft diede a quei monti il nome Karakorum, che in turco vuol dire “ghiaia nera”.
[2] La relazione del dottor Filippo De Filippi dal titolo La spedizione nel Karakoram e nell’Imalaia occidentale: 1909, fu edita da Zanichelli e pubblicata a Bologna nel 1912.
[3] La Società Geografica Italiana conserva i resoconti della spedizione italiana in Karakorum del 1909, sia per quel che riguarda le monografie che per gli articoli del «Bollettino» pubblicati a ridosso dell’impresa. Custodisce, inoltre, una serie di fotografie della spedizione disponibili al seguente link.