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Leg.Geo – GEOANARCHIA.

Appunti di resistenza ecologica, di Matteo Meschiari

Kropotkin parlava di un “sentimento” verso l’altro e la comunità (Anarchistische Moral, 1897), che alla fine non è null’altro che quello di affezione verso il territorio, se diciamo e sappiamo che il territorio è l’insieme delle relazioni che vi intercorrono – lo diceva Raffestin (Pour une géographie du pouvoir, 1980).

Del resto, quale comunità potrebbe mai solo pensare di astrarsi dal proprio territorio?
Ecco cosa ci cerca di convincere a fare, questo libro: a non astrarci dal territorio. Forse dovremmo tornare a percorrere ruscelli. Come ha fatto Reclus (Histoire d’un ruisseau, 1869), per renderci conto che non c’è inizio e non c’è fine, non c’è separazione, non c’è esistenza indipendente, non c’è decisione incondizionata, non c’è nulla che ci dica che non dobbiamo provare quel sentimento di appartenenza.

Apparteniamo, nel senso che siamo parte di qualcosa.

Forse, c’è bisogno di poesia? (p. 29) Necessità e bellezza? (p. 33).

Potremmo pensare la libertà come qualcosa di inumano? (p. 38) E perché no, la libertà è naturale. Tutte le specie viventi e no, lo sono, sono libere. Sarà che non sanno elaborare il concetto di libertà, e qualcuno potrebbe dissentire dicendo che sono schiavi del loro istinto. Eppure qualcuno dice anche che le foreste parlano, oppure che i funghi si proteggono a vicenda, che le specie inanimate hanno dei sentimenti, che gli alberi provano piacere…

«Geoanarchia non è altro che un’anarchia che apprende le sue libertà dalla Terra» – lo dice l’autore (p. 39).

Dinamica, come i paesaggi della Terra[i] (p. 40).

Questo è un libro attraversato dai vuoti.

Un libro punk, infondo. Un libro che contempla il laisser-faire delle relazioni dinamiche che intercorrono sulla Terra. Un libro che dice che la libertà è la Terra (p. 47).

E allora, non bisogna fare altro che fare quel «pieno di immaginazione» (p. 26), che non può che esserci confortevole.

Riuscire ad essere poetici. Significa pensare e praticare paesaggi. Significa camminare alberi. Che significa crescere concretamente – nel senso di con-crescere: crescere insieme, ce lo insegna Berque (Écumene, 1987).

Per fare quello che l’autore stesso invita a fare: «pensare e praticare paesaggi per fare resistenza ecologica» (p. 7).

Senza immaginazione, dove andiamo? (p. 52) Sono le immagini a spazializzare le idee, sono le immagini a riportarci al mondo. Sono le immagini a renderci concreti. Ed è li che dobbiamo ritornare: dobbiamo ritornare a non astrarre le immagini dai paesaggi, dobbiamo riportare i paesaggi dentro di noi, ritrovare quell’intimità che solo le Geografie emotive sanno accorpare alle linee del mondo, quelle che disegnano i contorni e non tracciano confini, se non quelli che si confondono, tra di noi, e il resto, tra il Tutto, e il dentro.

Con-fonderci: fonderci insieme.
Ecco, questo è un libro che ci invita a confonderci. Facendoci chiarezza. Non quella della luce, perché anche la notte sa rendere liberi: quella della distensione: del distendersi. Dell’estendersi e confondersi.

Dell’essere distesi. Come le distese di prati pieni di fiori che si distendono tra i versanti scoscesi delle montagne rocciose che fanno le valli. Accoglienti, dolci, sinuose, adattate. Distesi come quando quelle distese che si distendono diventano bianche di neve. Morbide, silenziose, presenti. E non si distinguono più dal resto, quasi nemmeno dal cielo, così annuvolato e bianco. Così tutto bianco da sembrare una distesa infinita, e vuota.

Confonderci per «situare il mondo interiore in rapporto a quello esteriore» (p. 68).

Ritrovare il nostro essere nomadi (p. 74), che non significa non affezionarsi, ma seguire i ritmi, e ritornare. Significa essere fiumi.

Immaginare–guardare–toccare–ascoltare–pensare–ricordare paesaggi. (pp. 85-92)

Questa è la progressione relazionale alla Terra.

Un senso che va dal dentro al fuori, e ritorna dentro, e si confonde. Che esprime un desiderare. Che passa attraverso il corpo, le percezioni, i sensi, l’interiorizzazione, e conclude, nell’affezione. Questa è la poetica dei sensi, quella che sprigiona bellezza.


Solo una cosa non manca che chiedersi: come condividere paesaggi? E forse, l’autore risponderebbe: poeticamente. Che non significa scrivendo poesie, ma facendo poesia.

Nel senso della sua radice: poiésis.

Fare dal nulla.

Quel nulla che è il vuoto che percorre questo libro, che si percorre leggendo questo libro.

Che non è privazione, ma potenzialità. Desiderio di paesaggio. È uno spazio da aprire, a cui aprirsi, da cui essere aperti. È abbandonarsi alla Terra, camminare alberi, che non significa niente, se non dimenticarsi per riconoscersi. Seguire il modello non di intelligibilità – un albero è qualcosa di complesso – ma di abitabilità (p. 111).

Riconoscere le relazioni con lo spazio, riconoscerci esseri relazionali – come c’insegna Dardel (L’homme et la terre, 1952). Ecco, cosa significa fare dal vuoto: aprirsi.

Camminare significa fare esperienza diretta dello spazio (p. 119), è fare vuoto (p. 121) e dunque, farsi luogo (p. 123).

E aggiungerei, allora: riconoscerci paesaggio.


[i] Sul senso e l’utilizzo del termine Terra/terra, siamo indecisi. Questo rimando alle Terra in quanto entità/pianeta vuole esprime un senso comune di consapevolezza del nostro essere coi piedi per terra, nel senso il meno astratto possibile, ma che vale ogni qual dove della superficie terrestre. E quindi rimandare a un non pensare il terreno, ma camminarlo.