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Lisbona: città di partenze, città che (s)fugge.

di Caterina Gatta

Le foto sono di Caterina Gatta.

Dove non indicato provengono dall’Archivio Fotografico della Società Geografica


Racconto di un viaggio


Non sapevo cosa aspettarmi da Lisbona. Si era affacciata, timida, più volte nella mia vita, ma ogni volta avevo scelto di ignorarla. Eppure, alla fine, ci siamo incontrate. Mi ha accolta con una mattina grigia; a febbraio, ero partita carica di vestiti ma Lisbona, a poco a poco, mi ha spogliata. Arrivata a Praça do Comércio davanti al Tago – che aveva catturato tutta la mia attenzione nei giorni prima della partenza – già il sole batteva forte sull’acqua, e mi sembrava non potesse essere diversamente, che a Lisbona non potesse mai piovere.

Sì, Lisbona era la città giusta per quei giorni.

Il Ponte 25 Aprile (Foto di Caterina Gatta)

Lisbona è sempre stata una città di partenze e ritorni. Nel Cinquecento, la dinastia degli Aviz, proiettata verso un impero coloniale, celebrò Ulisse come fondatore leggendario della città e come precursore di navigatori come Vasco da Gama, Bartolomeo Diaz e Pedro Álvares Cabral, tutti salpati da quel porto.

Ma oggi, a partire non sono più i navigatori: sono i lisbonesi stessi. A causa della turistificazione, molti abitanti sono costretti ad abbandonare i propri quartieri, le proprie case, le proprie vite.

Con una popolazione censita di 545 923 abitanti al 2021 all’interno dei suoi confini amministrativi e circa 3 milioni nella sua area urbana (undicesima per dimensioni nell’Unione Europea) secondo l’Instituto Nacional de Estatìstica, Lisbona è la città più popolosa del Portogallo. Come molte altre città europee, sta vivendo un progressivo svuotamento del centro storico. Basta viaggiare lungo la linea ferroviaria per Cascais per rendersene conto: da una città “bianca” che parla inglese per accogliere i turisti, a ogni fermata si ritrova il portoghese insieme agli immigrati post-coloniali, che abitano la città da oltre cinquant’anni, dopo la caduta della dittatura e l’indipendenza delle ex colonie africane. Inoltre, al 2018 secondo Euromonitor, Lisbona si posiziona al sessantatreesimo posto tra le città più visitate al mondo, con più di tre milioni e mezzo di arrivi nel 2018, e al sesto posto tra le città più visitate dell’Europa meridionale.

Uno dei luoghi simbolo di questa trasformazione è Alfama, quartiere storico di origine araba, miracolosamente scampato al terremoto del 1755. Un tempo popolare, poi gentrificato e “studentificato”, oggi è al centro di un vero e proprio processo di Airbnbizzazione: il 35% del patrimonio immobiliare è destinato esclusivamente all’uso turistico, un caso eccezionale in tutta Europa (Sequera e Nofre, 2020).

Come molte autorevoli voci sostengono (Harvey, 2004; Schmid, 2015; Fitchett, Lindberg e Martin, 2021), il turismo urbano oggi rappresenta una nuova strategia di accumulazione per espropriazione, un meccanismo brutale in cui le classi lavoratrici e medie – portoghesi e migranti – vengono estromesse dalla città in nome di un mercato immobiliare sempre più orientato al profitto, a favore di grandi investitori internazionali. Il modello classico di gentrificazione lascia il posto a forme più aggressive e deregolamentate: una città-vetrina, una Disneyficazione della vita quotidiana, dove i pochi residenti rimasti diventano comparse nella scenografia dell’autenticità.

Alfama è, ancora una volta, un buon esempio: lungo le sue stradine tortuose, davanti a molte porte al piano strada, siedono donne in grembiule che vendono ginjinha fatta in casa. A me ha ricordato l’ottimo “homemade limoncello” – comprato al discount – che dovevo offrire a fine pasto ai turisti americani in un piccolo ristorante del centro di Roma dove lavoravo come cameriera.

Lisbona mi costringe allora alla fuga; come il signor Palomar di Calvino, temo che, se avessi passato ancora qualche minuto là, avrei finito per convincermi d’essere io la profana, l’estranea, io l’esclusa. Mi costringe – come d’altronde sempre mi costringe anche Roma, la città in cui vivo – a interrogarmi su cosa resti davvero della fascinazione che esercita su di me: è solo una proiezione romantica, buona da pensare, oppure resiste ancora qualcosa che tenga le persone legate alla città? La luce del sole, nel cielo smisurato, che batte sui sette colli (a questo punto chissà se di Lisbona o di Roma), il Tago che scorre lento e salmastro, il treno per Cascais, la birra bevuta sul lungofiume.

In fondo, anche se trasformata, Lisbona non smette di essere una città di “soglie”: tra terra e mare, tra passato coloniale e presente globalizzato, tra ciò che resta e ciò che parte. E forse è proprio questo che continua a risuonare dentro di me: la sua capacità di raccontare il cambiamento, anche quando fa male. Di accoglierti nel dubbio, nella nostalgia, nell’incertezza del futuro.


Approfondimenti:

Due romanzi:

Saramago José (1984), L’anno della morte di Ricardo Reis

Tabucchi Antonio (1994), Sostiene Pereira

Due film:

Wim Wenders (1994), Lisbon Story

Alain Tanner (1983), Dans la ville blanche


Bibliografia:

Fitchett James, Frank Lindberg e Diane Martin (2021), Accumulation by symbolic dispossession: Tourism development in advanced capitalism in «Annals of Tourism Research», pp.1-10

Harvey David (2004), The “new” imperialism: accumulation by dispossession in «Socialist Register», pp. 63-68

Nofre Jordi e Jorge Sequera (2020), Touristification, transnational gentrification and urban change in Lisbon: The neighbourhood of Alfama in «Urban Studies», pp.1-21

Schmid Karl (2015), Accumulation by Dispossession in Tourism in «Anthropologica», pp.115–125.