Antonella Rinella
“Il primo libro di geografia“
di Mauro Varotto (Torino, Einaudi, 2025)

Se il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry incontrasse il vecchio geografo dopo aver letto il testo “Il primo libro di geografia” (Torino, Einaudi, 2025, pp. 265) di Mauro Varotto, professore ordinario di Geografia e Geografia culturale all’Università degli Studi di Padova, sarebbe in grado di affermare che la nostra disciplina non studia solo le cose eterne – legate alle “coordinate generali dello spazio fisico e politico attorno a noi” (p. X), indubbiamente importanti perché conferiscono “stabilità e orientamento ai nostri discorsi sul mondo” (p. IX) –, ma anche e soprattutto quelle effimere, frutto delle interrelazioni spaziali tra il gruppo umano e il pianeta, dalle quali dipende l’intricato assetto del mondo contemporaneo. Una disciplina, dunque, che non tende a privilegiare ciò che è fisso, immutabile, “che non si occupa solo del dove, ma si chiede anche il perché e il come diamo significato allo spazio che ci circonda” (p. IX), che è capace di educare “al pensiero complesso” e di estendere “i confini del piccolo mondo conosciuto” (p. X) in cui si svolge la nostra vita quotidiana.
Mauro Varotto – che antepone alla introduzione del volume proprio uno stralcio del dialogo tra il Piccolo Principe e il Geografo –, mettendo in pratica gli obiettivi del “Manifesto per una Public Geography” (clicca qui), attraverso un linguaggio chiaro e lineare intende fornire una prima alfabetizzazione geografica rivolgendosi a più categorie di pubblico: “a chi la geografia non l’ha mai studiata ed è curioso di conoscere la splendida inutilità di questa disciplina; a chi la geografia l’ha studiata male a scuola o l’ha già dimenticata, ma potrebbe riscoprire in essa un linguaggio rinnovato; a chi si appresta a studiarla in ambito universitario senza le dovute basi per la totale assenza di formazione geografica alle scuole superiori; e infine a chi, proveniente da saperi affini, può ritrovare nei concetti-chiave della geografia una visione d’insieme utile a inquadrare le proprie competenze tecniche all’interno di orizzonti più ampi” (p. XI).
Per raggiungere questo largo numero di lettori e lettrici, Mauro Varotto crea un originale fil rouge tra 20 capitoli che appaiono come piccoli “assaggi” di temi disciplinari senz’ombra di dubbio indispensabili per comprendere le sfide locali e globali del presente e del futuro. Più precisamente, l’autore passa in rassegna le definizioni di orientamento, carta geografica, Terra e Mondo, assieme ai concetti cardine di luogo, territorio, regione, Stato e nazione, paesaggio e natura; inquadra le problematiche degli spazi urbani, rurali, montani e costieri; analizza i processi di globalizzazione di “ieri” e di “oggi”, il tema dell’educazione alla cittadinanza europea e quello dell’alfabetizzazione oceanica; e ancora, si sofferma sul “rapporto complesso e talora controverso tra luoghi e migranti” (p. 222) al fine di decostruire il ventaglio di pregiudizi, stereotipi e immaginari negativi alimentati “dalla paura e dal sospetto, che generano l’erezione di muri o conflitti molto spesso ingiustificati e talora fomentati da precisi intenti politici” (p. 223).
Particolarmente stimolante è il capitolo X dedicato all’Antropocene (“cavallo di battaglia” dell’ampia attività di studio e divulgazione dell’autore[1]), posto non a caso a mo’ di spartiacque al centro del volume, in cui vengono presentati diversi neologismi in uso nel dibattito contemporaneo sulla crisi climatica (da Capitalocene ad Antroposcene, da Plasticene o Wasteocene a Chthulucene), sottolineando come la capacità dell’umanità di diventare forza geologica chieda con urgenza alla geografia di recuperare la sua funzione civica, coniugando ricerca e azione al fine di riscoprire “il suo senso più profondo e antico di relazione con la Terra” (p. 121) e di aiutare il gruppo umano a dilatare il principio di “prossimità” all’intero pianeta (p. 123). L’autore si sofferma anche sul tema di ricerca interdisciplinare, gettonatissimo e intrigante, dei food studies, illustrando come la geografia del cibo sia caratterizzata da un proprio vocabolario critico utile a decostruire le narrazioni proposte nel marketing delle produzioni alimentari. In particolare, vengono opportunamente delineati quattro dei “campi semantici” presi in considerazione da Jackson[2] (provenienza, locale-globale, naturale, spreco) e si evidenzia come “ogni scelta alimentare determina un posizionamento nel mondo, concorre a costruire il nostro status, la nostra posizione politica, il nostro modo di pensare e la geografia del mondo che ci circonda” (p. 186).
In maniera efficace e immediata, e senza la pretesa di esaustività, Mauro Varotto riesce a fornire i tratti salienti di una disciplina al tempo stesso atavica – come ci ricorda il suo nome che ha origine nella Grecia antica – e giovanissima – Varotto cita la geosofia di Wright[3], nata a cavallo del XX secolo, “che nei decenni successivi si sarebbe sviluppata assumendo diversi nomi: geografia umanistica, geografia della percezione, geografia culturale” (p. IX) –; una disciplina che si esprime attraverso diversi linguaggi (come ricordano le due traduzioni di graphia: “scrittura” e “disegno”) e, soprattutto, che sa essere in–between, oggettiva e soggettiva: infatti, come scrittura che appartiene alla Terra, rimanda “agli elementi di geografia fisica o umana esperibili nella loro dimensione concreta, reale, tangibile” (p. 6); come scrittura sulla Terra, diviene “esito dell’azione umana che descrive, racconta, riproduce e interpreta le fisionomie terrestri attribuendo loro un significato” (ibidem). L’autore, inoltre, sottolinea come tra questi due modi di essere esista un continuo andirivieni poiché “la grafia della Terra, intesa in senso fisico, condiziona la scrittura della Terra in termini di attribuzione di significati, allo stesso modo in cui la scrittura sulla Terra condiziona in maniera potente la sua grafia” (p. 6-7).
Penso che “Il primo libro di geografia” –“solo uno dei tanti libri possibili”, come ricorda Mauro Varotto (p. XII) – possa contribuire a far assumere alla nostra disciplina “un respiro più ampio e profondo”[4] facendole superare l’ingenerosa quanto diffusa immagine di “un sacco di straccio riempito di cianfrusaglie intellettuali”[5], comunicando ai lettori e alle lettrici, come direbbe Giacomo Corna Pellegrini, “il gusto per la esplorazione, la scoperta, la comprensione del pianeta terra, nonché il rispetto per la ricchezza dei suoi ambienti geografici e la dignità di tutti i loro diversissimi abitanti” [6] umani e non umani.
[1] Cfr. in particolare Mauro Varotto (2022), Il giro nel mondo nell’Antropocene. Una mappa dell’umanità del futuro, Milano, Raffaello Cortina; in questa rubrica si veda anche la recensione a cura di Gianfredi Pietrantoni del volume di Telmo Pievani e Mauro Varotto (2021), Viaggio nell’Italia dell’Antropocene. La geografia visionaria del nostro futuro, Sansepolcro (Arezzo), Aboca edizioni (clicca qui).
[2] Peter Jackson and the Conanx group (2013), Food Words. Essays in Culinary Culture, London, Bloomsbury.
[3] John Kirtland Wright (1947), “Terrae Incognitae. The Place of Imagination in Geography”, in Annals of the Association of American Geographers, 37/I, pp. 1-5.
[4] Osvaldo Baldacci (1982), Educazione geografica permanente, Bologna, Pàtron Editore, p. 11.
[5] John Dewey (1954), Democrazia ed Educazione, Firenze, La Nuova Italia, p. 283 (in Osvaldo Baldacci, cit., p. 178).
[6] Giacomo Corna Pellegrini (1992), “La varietà delle geografie”, in Giacomo Corna Pellegrini, Elisa Bianchi (a cura di), Varietà delle geografie. Limiti e forza della disciplina, Istituto di Geografia umana, Università degli Studi di Milano, Milano, Cisalpino (Istituto Editoriale Universitario), p. 16.
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