di Lorenzo Margutti
Il 6 febbraio 2026 si sono aperti i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, ma come ogni Olimpiade invernale, l’evento non inizierà davvero quel giorno e non finirà con la cerimonia di chiusura. Le Olimpiadi invernali sono macchine territoriali: arrivano molto prima degli atleti e restano a lungo dopo di loro. Cambiano paesaggi, economie locali, infrastrutture, equilibri sociali. Milano-Cortina 2026 si inserisce in una storia lunga un secolo, fatta di promesse di sviluppo, grandi opere, ma anche di ferite ambientali e comunità messe ai margini.
Le Olimpiadi invernali come progetto geografico globale
Ogni Olimpiade invernale è, prima ancora che sport, un atto di pianificazione geografica. A Chamonix nel 1924 o a St. Moritz negli anni Venti e Quaranta, i Giochi si adattavano a territori già votati allo sport alpino. Le infrastrutture erano poche, il paesaggio dominava l’evento. Con il passare dei decenni, però, la logica si è capovolta: non è più lo sport ad adattarsi alla montagna, ma la montagna a essere rimodellata dallo sport.
Il salto avviene nel secondo Novecento. Grenoble 1968 segna l’inizio delle Olimpiadi come grande progetto statale: nuove strade, nuovi quartieri, stazioni sciistiche ripensate. Innsbruck, Calgary, Albertville mostrano come i Giochi diventino uno strumento per inserire territori periferici nelle reti economiche globali. Da quel momento, ospitare le Olimpiadi invernali significa ridisegnare la geografia locale.
Da Torino a Sochi: quando i Giochi cambiano il destino dei luoghi
La storia recente delle Olimpiadi invernali è una sequenza di territori che non sono più tornati quelli di prima. Torino 2006 ha segnato una svolta per la città e per le valli alpine circostanti, accelerando la riconversione post-industriale ma lasciando in eredità anche impianti sottoutilizzati e una montagna sempre più dipendente dal turismo stagionale.
A Vancouver 2010 i Giochi hanno migliorato infrastrutture e connessioni, ma hanno anche intensificato processi di gentrificazione e pressione immobiliare, soprattutto nelle aree urbane. Le comunità indigene hanno denunciato l’uso simbolico dei loro territori, celebrati nella narrazione ufficiale ma esclusi dai benefici strutturali.
Ma a Sochi 2014 rappresenta il punto estremo di questo modello: un’Olimpiade che ha piegato completamente la geografia allo spettacolo, trasformando un’area subtropicale in sede di sport invernali attraverso opere invasive, costi ambientali altissimi e lo spostamento forzato di intere comunità. Qui il territorio non è stato adattato, ma sacrificato.
Milano-Cortina 2026 e il modello dell’Olimpiade diffusa
Milano-Cortina nasce dichiaratamente come risposta a questi precedenti. Non una singola località trasformata in modo radicale, ma un sistema territoriale frammentato, che unisce Milano alle Alpi e alle Dolomiti. È una scelta che riflette la geografia italiana, fatta di forti discontinuità, ma che solleva nuove questioni. Questa Olimpiade attraversa regioni diverse, con interessi diversi e fragilità diverse. Le infrastrutture non sono concentrate, ma distribuite. Il risultato non è un minore impatto, bensì un impatto più diffuso e meno visibile: cantieri che entrano in valli già fragili, collegamenti potenziati che modificano equilibri delicati, territori che vengono integrati in una rete olimpica senza avere sempre voce nelle decisioni.
La montagna come avversario sportivo
Lo sci alpino sulle Tofane a Cortina D’Ampezzo è l’esempio più evidente di come lo sport nasca dalla morfologia. Pendenze, esposizioni, condizioni meteorologiche rendono la gara una negoziazione continua con il territorio. È lo stesso principio che ha reso iconiche le piste di Innsbruck o di Albertville: la montagna non è sfondo, ma parte attiva della competizione.
Il biathlon ad Anterselva, in provincia di Bolzano, porta questo rapporto a un livello ancora più profondo. L’altitudine incide sulla resistenza, il freddo influisce sulla precisione al tiro, il bosco che circonda l’impianto entra nel ritmo della gara. È uno sport che ha sempre richiesto territori forti, come a Lillehammer o Vancouver, e che oggi evidenzia una contraddizione centrale: celebrare ambienti naturali mentre li si sottopone a una pressione crescente per renderli funzionali allo spettacolo olimpico.
Negli sport del ghiaccio il discorso cambia radicalmente. Hockey, pattinaggio e short track si spostano in città, in spazi chiusi dove il clima naturale viene sostituito da un ambiente completamente artificiale. È una dinamica già vista a Torino 2006 e Vancouver 2010, ma che Milano-Cortina porta a maturità.
Qui lo sport invernale si sgancia dalla montagna e si lega a infrastrutture energivore, grandi flussi di pubblico e investimenti continui. Anche questa è trasformazione territoriale, meno spettacolare di una pista alpina, ma altrettanto incisiva sul piano urbano ed energetico.
Il salto con gli sci e lo sci nordico rappresentano forse l’eredità più visibile delle Olimpiadi invernali. I trampolini dominano le valli, diventano simboli permanenti del passaggio olimpico. È successo a Grenoble, Sarajevo, Torino. Ogni volta si ripete lo stesso interrogativo: quanto queste strutture sono proporzionate al territorio che le ospita?
In questo quadro si inserisce anche la pista da bob di Cortina, divenuta uno dei casi più dibattuti dell’intero progetto: l’abbattimento di circa 560 larici per la sua costruzione ha catalizzato l’attenzione pubblica, pur rappresentando solo una frazione marginale dell’impatto ambientale complessivo se confrontata con la moltiplicazione dei cantieri, gli sbancamenti, l’uso massiccio di materiali, le emissioni prodotte e l’inquinamento generato dall’insieme delle opere. Eppure, proprio quell’intervento puntuale, visibile e facilmente leggibile, rischia di sedimentarsi nell’immaginario collettivo come la macchia indelebile delle cosiddette “Olimpiadi della sostenibilità”, sintetizzando in un solo luogo la contraddizione tra la narrazione ufficiale e la trasformazione reale dei territori alpini.


Neve artificiale e montagne sotto stress
Le Olimpiadi invernali contemporanee celebrano la neve mentre combattono contro la sua scomparsa. Da Pechino 2022, quasi interamente basata su neve artificiale, a Milano-Cortina, il modello è chiaro: la tecnologia sostituisce il clima.
Questo significa bacini idrici, consumo energetico, modifiche al suolo. Le montagne diventano infrastrutture climatiche. Lo sport non si adatta più alla geografia naturale, ma costruisce una geografia tecnica che permette di mantenere intatto il calendario olimpico, spostando il costo ambientale sul territorio.
Le denunce sociali: chi decide e chi paga
Accanto alla narrazione ufficiale emergono critiche sempre più esplicite. Nelle aree montane coinvolte, le comunità locali denunciano una gestione calata dall’alto, in cui il territorio viene utilizzato come vetrina senza reale potere decisionale. Le identità culturali, come quella ladina, vengono celebrate simbolicamente ma restano marginali nelle scelte strategiche.
È una dinamica già vista a Vancouver, Sochi e PyeongChang. Le Olimpiadi portano turismo e visibilità, ma anche aumento dei prezzi, pressione immobiliare e trasformazioni che spesso escludono i residenti. Milano-Cortina promette
sostenibilità e inclusione, ma i cantieri, il consumo di suolo e l’uso massiccio di fondi pubblici mostrano come il conflitto tra evento globale e territorio locale resti irrisolto.
Milano-Cortina nella lunga storia delle Olimpiadi che cambiano i luoghi
Milano-Cortina 2026 non è soltanto un evento da seguire, ma un caso di studio. Le Olimpiadi invernali mostrano con estrema chiarezza come lo sport sia uno strumento di governo del territorio, capace di accelerare processi già in atto e di crearne di nuovi. Analizzare dove si gareggia, come si costruisce e chi decide significa andare oltre il risultato sportivo e leggere lo spazio come prodotto di scelte politiche, economiche e culturali. È qui che sport e geografia si incontrano davvero: non nella celebrazione dell’evento, ma nella capacità di interpretarne le conseguenze. Perché lo sport passerà, le medaglie cambieranno proprietario, i riflettori si spegneranno. Il territorio, invece, resterà e continuerà a raccontare, molto dopo la fine dei Giochi, il vero bilancio di questa Olimpiade.











