di Nicolò Matteucci
Era il giugno del 2023, a pochi mesi dal conseguimento della Laurea magistrale, quando sono partito da Milano Malpensa in direzione Islamabad, capitale del Pakistan dal 1967, con la volontà di esplorare parti del mondo a me poco conosciute e con l’obiettivo di raggiungere le regioni montuose del Pakistan settentrionale, alle porte dell’Hindukush. La destinazione era la città di Chitral e le valli che la circondano.

Nel mio viaggio non ero solo, ma in compagnia della mia dolce compagna, Rameen, una donna dai trascorsi cosmopoliti conosciuta a Istanbul qualche anno prima durante la mia esperienza Erasmus. A Islamabad mi sono fermato quattro o cinque giorni, giusto il tempo di visitare la città e i suoi monumenti principali, nonché iniziare ad assaporare i piatti tipici pakistani, tra cui spicca il Biryani. Soggiornavo in un hotel a Rawalpindi, cittadina a pochi chilometri da Islamabad. Islamabad è una città viva, molto popolosa, trafficata e in continuo movimento, giorno e notte.
Particolarmente interessanti sono state le visite al Monumento pakistano (l’equivalente del nostro Altare della Patria) e al Museo del monumento pakistano, all’Heritage Museum e all’enorme moschea Faisal, uno dei principali luoghi di culto del Paese e una delle moschee più grandi del mondo, aperta a fedeli e visitatori 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Il Monumento pakistano è una costruzione celebrativa dell’indipendenza pakistana e dell’unità nazionale. Eretto in un punto sopraelevato della città, con una vista panoramica su di essa e sulla catena montuosa dell’Indukush, il Monumento raffigura 4 petali di fiore che rappresentano le 4 province del Pakistan (Belucistan, Khyber Pakhtunkhwa, Punjab e Sindh), mentre i tre petali più piccoli rappresentano i territori di Gilgit-Baltistan, Azad Kashmir e delle aree abitate dalle popolazioni native.

La visita del museo permette di ricostruire le vicende storiche, politico-istituzionali e culturali del Pakistan dall’arrivo dell’Islam nel subcontinente asiatico passando per il periodo della colonizzazione britannica, fino agli accordi tra Mohammad Ali Jinnah e Mahatma Gandhi (1944) che portarono, alla fine di un lungo processo, all’indipendenza del Pakistan dall’India nel 1947.
L’Heritage Museum, invece, ricostruisce le contaminazioni culturali avvenute nel corso dei secoli tra musulmani, persiani e gli altri popoli che vivono nella regione dell’Asia centrale e meridionale.
Fuori dal parco che ospita il Monumento pakistano è possibile fare un giro sulla gobba di un dromedario, il che è stata una bella esperienza, una prima volta per chi scrive, ma non posso negare la difficoltà provata nel seguire il suo ritmo, con le mani che mi sudavano e l’espressione del volto piuttosto preoccupata; per questo vi risparmio la brutta visione di una fotografia.
Mentre si gira la città, motorini e automobili sfrecciano da ogni lato, e non si può non essere attratti dai particolari camion che, con le loro decorazioni e i loro colori, saturano le strade e attraggono subito l’attenzione – anche perché le campanelle che li adornano fanno un gran rumore.
Le strade – ma sarebbe meglio chiamarle strisce di terra – che si percorrono per arrivare nelle valli di Chitral non sono facili né, per diversi tratti, asfaltate; spesso si sviluppano parallele a dirupi, attraversano corsi d’acqua e si inerpicano sui versanti delle montagne.
Andando oltre Chitral, la strada si ricongiunge con quella che, passando da Gilgit, porta al corridoio sino-pakistano del Karakorum, oggetto nel 1929 della spedizione della Società Geografica Italiana condotta dal Duca di Spoleto (ma già nel 1913 e 1914 Filippo De Filippi e Giotto Dainelli avevano esplorato quei territori).
L’itinerario della spedizione del Duca di Spoleto, però, è stato diverso dal mio e io non mi sono spinto troppo oltre; ero più a ovest, se pensiamo che il Karakorum è una prosecuzione orientale dell’Hindukush. Chitral rimaneva una tappa di un viaggio che sarebbe dovuto concludersi a Karachi, nel Pakistan meridionale.

Da Islamabad mi sono diretto verso Chitral. A Chitral non si arriva facilmente. Esiste un piccolissimo aeroporto che, però, funziona solo nelle stagioni turistiche (non a giugno) e a determinate condizioni; si arriva più facilmente, ma meno comodamente, prendendo l’Indukush Express, un autobus attrezzato per i lunghi viaggi e all’altezza degli autobus che troviamo sulle nostre autostrade. Il viaggio da Islamabad a Chitral dura dalle 8 alle 10 ore: dipende dall’esperienza dell’autista, dalle necessità dei passeggeri, dalle condizioni meteorologiche e… dalla fortuna – io sono stato piuttosto fortunato! Si parte in tarda serata e si arriva la mattina.
Arrivati nelle vicinanze di Chitral, dall’interno delle valli, avvolte in un pacifico silenzio, rotto solo dalle conversazioni delle persone, viene a prenderti una persona del posto che con un’auto – gli autobus non potrebbero passare di lì – ti porta nel tuo villaggio di soggiorno.
Senza l’autista locale, probabilmente ci si perderebbe con molta facilità. Vi sono diversi villaggi o rest house nella zona ove pernottare. Io ho soggiornato per 3 settimane al Benazir hotel, situato in un villaggio a Bamburet.
Chitral si trova sulla sponda occidentale del fiume Kunar (chiamato anche fiume Chitral), ai piedi del monte Tirich Mir, nel mezzo della catena montuosa dell’Hindukush, a circa 2.000 m di altitudine. Bumburet è la valle più grande, lunga e popolosa delle tre piccole valli abitate dal popolo Kalash (le altre due sono Rumbur e Birir).

Tutta l’area delle valli è avvolta dalla natura incontaminata, da villaggi e abitazioni tradizionali in legno e pietra incastonati ai piedi o sui versanti delle montagne, distribuiti su più livelli. Il popolo Kalash è una delle comunità etniche più piccole del mondo; pratica tradizioni, costumi e lingue proprie diverse da quelle ufficiali di Stato.
Si tratta di una sorta di enclave in territorio pakistano, dove la religione e la cultura praticate non sono quelle ufficiali di Stato, che è una repubblica islamica, e gli alcolici, come vino rosso e vino bianco (quest’ultimo più simile alla vodka per gradazione alcolica), sono prodotti localmente, disponibili per assaggi per i viaggiatori che si fermano un po’ di più e non sono di passaggio. In questi casi – come in tutti i casi – l’importante è costruire un rapporto di fiducia, rispetto ed eguaglianza. Gli accessi all’area, per motivi di sicurezza, sono registrati: al checkpoint d’ingresso un militare registra i dati del passaporto, la data di arrivo e quella di partenza. Tutti i villaggi si trovano in una grande valle che passa accanto all’Hindukush e che si presenta a forte rischio di frane e inondazioni, soprattutto nella stagioni monsoniche. Qui non mancano progetti europei di cooperazione internazionale (l’EU/Global Gateway, Energy for Climate Resilience in Gilgit-Baltistan and Chitral per esempio) volti alla costruzione di infrastrutture (ponti, strade e opere idrauliche) e alla salvaguardia del territorio e del patrimonio culturale locale.

A Chitral vi sono diverse attività che si possono fare durante la giornata. Visitare queste zone a giugno è l’ideale, poiché la temperatura si aggira sui 25° C, anche se la mattina e la sera scende sotto i 20. Le passeggiate itineranti per le valli sono potenzialmente infinite, i sentieri ti portano in ogni angolo della valle e ogni angolo ti permette di vedere la valle (e anche oltre) da punti di vista differenti e unici; e anche i servizi di ristorazione non mancano. Le popolazioni autoctone sono molto ospitali, ma altrettanto riservate, e lo scatto fotografico non viene molto gradito senza un’espressa autorizzazione. Per non urtare la loro sensibilità, ho evitato di fotografarle (online delle immagini del popolo Kalash comunque si trovano).
In queste aree si vive di agricoltura e allevamento: quello che si mangia è quello che si raccoglie giornalmente nell’orto accanto al villaggio o al ristorante, il famoso «chilometro 0». Spesso, poi, le due cose coincidono. Una bella esperienza di socialità è stata la raccolta delle ciliegie direttamente dall’albero. Internet scarseggia, e a tratti questo è stato un problema, soprattutto per far sapere ai miei genitori che stavo bene, ma in compenso, per i più nostalgici, la Coca Cola non manca, e le sigarette nemmeno. Nel corso della mia permanenza si sono incontrate altre difficoltà, situazioni a cui non siamo abituati, ma perfettamente sopportabili con un minimo di spirito di adattamento. Un esempio su tutti: la doccia. Per farsi una doccia bisogna bruciare la legna e, affinché il calore rilasciato dal fuoco riscaldi un minimo l’acqua, per non lavarsi con l’acqua ghiacciata, è necessario attendere del tempo, come minimo mezz’ora.
Nella valle c’è una scuola ed è possibile visitare un museo locale. Il Kalash Museum, istituito nel 2005, ospita una collezione etnologica relativa alla cultura e alla storia del popolo Kalash, nonché delle comunità native della regione dell’Hindukush.
Il tempo passa velocemente quando si è in compagnia di persone deliziose; quando la natura ti circonda, con i suoi profumi, colori e silenzi; l’acqua dei torrenti e il paesaggio circostante ti aiutano a immergerti in profonde riflessioni che a me servivano per orientarmi sul mio futuro; le camminate, come quella verso il Batrik Village, alimentano la curiosità e la voglia di conoscenza che, a sua volta, alimenta l’immaginazione e il piacere della scoperta andando oltre l’esplorazione materiale della Terra.

Per aver reso il mio soggiorno un’esperienza indimenticabile, è necessario ringraziare gli amici Wassim, Dali, Jamshad, Salamt (bravissimo chef del Benazir hotel), ma anche Rameen e Sumera per l’amore e l’affetto dimostratomi, e per l’organizzazione della festa a sorpresa in occasione del mio compleanno; infine, la piccola Zel, per l’intrattenimento e il gioco.
Terminato il soggiorno a Chitral, sono partito alla volta di Karachi. Da Chitral mi sono mosso in macchina, accompagnato da Dali che doveva andare a Islamabad per delle commissioni. Sulla strada del ritorno ci siamo fermati alle sorgenti termali di Garam Chashma che, purtroppo, erano inagibili. Arrivati a Islamabad ci siamo fermati una notte in hotel. Al risveglio, dopo aver fatto colazione, scendo sulla strada per fumare una sigaretta e, guardandomi attorno – dato che eravamo arrivati di notte, dopo un lungo viaggio, e non avevo bene cognizione di cosa ci fosse intorno a me – mi accorgo che l’hotel era di fianco a una macelleria che proprio in quel momento stava allestendo all’esterno il banco vendita con una ventina di teste di capra che, essendo esposte all’aria aperta, attiravano una gran quantità di mosche. Inutile negare il mio spavento, non essendo abituato a tali visioni, ma poi riflettendoci e chiedendo alle persone che mi accompagnavano ho scoperto che, oltre a non avere celle frigorifere professionali per la conservazione della carne (ma era così anche in Italia mezzo secolo fa), quel giorno si celebrava una festività religiosa e che quelle teste sarebbero state acquistate in breve tempo.
Da Islamabad ho preso un aereo di linea per Karachi, in un’atmosfera speziata: sul volo servivano la cena e un odore intenso di aglio e di altre spezie ha accompagnato quell’ora e mezza di volo che sembrava non finire mai. A Karachi mi sono fermato qualche giorno prima di ripartire per Milano. Karachi, come Islamabad, è una città che va a mille all’ora, giorno e notte. Dopo lo spostamento della capitale a Islamabad, Karachi, una delle città più grandi del mondo, è rimasta la capitale economica e commerciale del Pakistan, con il suo enorme porto, dalla storia secolare.
Quei pochi giorni passati a Karachi, con una temperatura media di circa 38° C, a tratti soffocante per l’elevata umidità, li ho sfruttati per conoscere la famiglia della mia compagna, camminare sul lungomare della spiaggia popolata dai dromedari, per un po’ di refrigerio, e visitare, oltre a qualche grande centro commerciale (per esempio la Dolmen Mall), uno dei luoghi più iconici di Karachi, Mohatta Palace Museum. Il Mohatta Palace è palazzo storico di lusso che, dopo l’indipendenza del Pakistan, venne utilizzato, per un breve periodo, come sede del Ministero degli Esteri e, successivamente, come residenza della sorella del fondatore dello Stato, Fatima Jinnah. Dal 1999 è aperto come museo pubblico. Le sale ospitano esposizioni di dipinti (fig. 22), sculture, ceramiche e oggetti di artigianato locale, tessuti e costumi tradizionali provenienti dalle diverse regioni del Pakistan. Il giardino del palazzo è popolato da pavoni a piede libero che, aprendo le loro code, offrono uno spettacolo affascinante ai visitatori presenti nel giardino del museo.

E con un breve tour di Karachi si chiude il mio viaggio e questo racconto. È stato un mese in movimento perpetuo, speso visitando le geografie del Pakistan dalle regioni montuose del Nord alle regioni marittime del Sud, dalle città alle aree abitate dalle popolazioni native, dalla confusione dei grandi centri urbani alla tranquillità delle aree rurali.
Nel complesso, sono stato molto meglio nelle aree rurali e a contatto con le popolazioni native che nei centri urbani.
Mi sia consentito di chiudere con una breve riflessione. Spesso ho sentito frasi tipo «ricordati che sei nato nella parte fortunata del mondo». Non avevo mai capito cosa significasse «fortunata», e forse neanche avevo capito cosa significasse «parte», né cosa fosse il mondo. Ma si sa, da piccoli il mondo è tutto da esplorare, ogni cosa che ci si presenta davanti assume i contorni del mondo e non c’è carta geografica che tenga che possa dirti come è fatto il mondo. Questo, però, lo si scopre dopo, forse, ammesso che sia mai possibile dire come è fatto il mondo, se si studia un poco la Geografia, cosa che, purtroppo, si fa sempre meno.
«Fortunata», poi, è un concetto assolutamente relativo. Fortunata per chi? E secondo chi? Sulla base di che cosa si dice che qualcuno è più fortunato di qualcun altro? L’idea di essere fortunati viene anche spesso associata al concetto di felicità, così che si finisce per pensare che chi è fortunato sia anche felice. Ma le due cose possono anche non coincidere, essendo l’una – la fortuna – associata a una condizione materiale e l’altra – la felicità – a una condizione soggettiva. Io stesso pensavo che la fortuna fosse una questione di condizioni materiali, ma nel corso del viaggio che vi ho appena raccontato ho iniziato a dubitarne.
L’utopia di Charles Fourier (1768-1830) prende avvio dalla constatazione dell’infelicità della Terra, in quanto pianeta soggetto a un processo degenerativo e, nel suo Teoria dei quattro movimenti e altri scritti (1972, ed. or. 1808) afferma che «la felicità […] consiste nell’avere passioni numerose e mezzi molteplici per appagarle» (p. 326). Il viaggio che ho deciso di intraprendere nasce dal desiderio di sperimentare, conoscere e capire altri modi di vita, altre «passioni» e forme di felicità, distanti da quelle consumistiche e affaristiche che da ormai diversi secoli sono parte di quel processo degenerativo di cui parlava Fourier, e che forse è un processo degenerativo di una parte della Terra e non di tutto il mondo.
Da questo viaggio ho compreso che esistono altre parti del mondo che sono felici vivendo diversamente; ho capito che il nostro modello di vita non è universale o l’unico possibile. Con questo viaggio ho iniziato a capire che quella che avevo sempre chiamato fortuna non aveva molto a che fare con la felicità, perché si potrebbe essere fortunati, ma non è detto che si è allo stesso tempo felici. Dipende dai punti di vista, dipende da come guardiamo il mondo, da cosa ci aspettiamo dalla vita e da ciò che, dentro di noi, consideriamo «passioni» e vogliamo chiamare felicità.
Bibliografia
- di Savoia-Aosta Aimone e Ardito Desio (1936), La spedizione geografica italiana al Karakorum (1929-VII E. F.). Storia del viaggio e risultati geografici, Milano-Roma, S. A. Arti Grafiche Bertarelli.
- Fourier C. (1972), Teoria dei quattro movimenti e altri scritti, a cura di M. Larizza, Torino, UTET, ed. or. 1808.
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