di Caterina Gatta
“C’è una leggenda inuit che racconta di giovani uomini che decisero di girare il mondo. Partirono in direzioni opposte, percorsero ognuno mezzo globo, e quando infine si incontrarono erano ormai diventati vecchi.
«Il mondo è grande!» dissero. «Ma abbiamo vissuto una vita ricca».
Le seducenti parole di quest’antica leggenda eschimese, secondo le quali bisogna essere fedeli agli ideali della propria giovinezza, mi fecero una grande impressione la prima volta che mi fu raccontata, quando ero solo un ragazzo. L’immagine bella e forte mi catturò, perché già allora avevo un grande, segreto desiderio di compiere un giorno un lungo viaggio nelle terre del Nord per conoscere i diversi popoli eschimesi. […] E riconoscendo con gratitudine il significato che ha avuto per la mia maturità raggiungere una meta che mi ero posto quando ero già molto giovane, dedico questo libro alla gioventù danese.” (Knud Rasmussen, Il grande viaggio in slitta, 2011, pp.7-8)
Con queste parole l’esploratore e antropologo Knud Rasmussen (1879-1933) apre il suo racconto sulla Quinta Spedizione Thule, la più importante delle sette spedizioni che compie attraverso i ghiacci sterminati della Groenlandia fino all’Alaska e alla Siberia. L’interesse per i gruppi etnici di queste terre si intreccia con le origini dell’esploratore: Knud Rasmussen nasce il 7 giugno 1879 a Ilulissat, in Groenlandia. Figlio di un missionario danese — studioso della lingua groenlandese in un’epoca in cui pochi tra i suoi connazionali la conoscevano — e di una madre inuit-danese, cresce bilingue, con compagni di gioco groenlandesi.
“La slitta è stata il mio primo vero giocattolo e con quella ho portato a termine il grande compito della mia vita. Sono nato con la lingua eschimese, che altri esploratori polari hanno dovuto imparare, e ho vissuto insieme ai cacciatori groenlandesi, e perciò i viaggi in slitta, anche nelle condizioni più difficili, sono stati per me una forma innata di lavoro.
La Quinta Spedizione Thule è quindi come una felice continuazione della mia infanzia e della mia giovinezza”. (ibidem, p.12)
Questa doppia appartenenza — europea e inuit — non è un dettaglio biografico secondario: Rasmussen non arriva nelle comunità artiche come un osservatore estraneo, ma come qualcuno che ne condivide parzialmente la lingua, il rapporto con il freddo e la slitta.
Già dal 1720, la Danimarca aveva avviato l’evangelizzazione dei nativi Inuit groenlandesi e aveva fondato varie colonie commerciali lungo la costa, come parte delle sue aspirazioni di potenza coloniale. Tuttavia, l’estremo isolamento di alcune comunità – dovuto anche al loro nomadismo – e le difficilissime condizioni di vita in alcune zone remote, avevano fatto desistere anche i missionari più determinati. Come scoprirà lo stesso Rasmussen, gli Inuit avevano avuto nel corso di quei secoli contatti con gli europei ̶ come si evinceva facilmente dai fucili che avevano sostituito arco e freccia nella caccia alla renna ̶, ma tali rapporti erano stati fondamentalmente di carattere commerciale. Fino ad allora, l’uomo bianco aveva mostrato poco interesse per la cultura e per l’acculturazione di queste comunità.
Nel 1910 con Peter Freuchen, Rasmussen fonda una stazione commerciale a Capo York, nella Groenlandia settentrionale. In quanto stazione permanente più settentrionale al mondo, viene denominata Thule, come l’isola leggendaria, ultima terra al di là del mondo conosciuto. Grazie a questa stazione, Rasmussen riesce a finanziare tutte le sue successive spedizioni.

Il gruppo della Quinta Spedizione Thule parte nel 1921 verso il Canada artico orientale, raccogliendo campioni, conducendo interviste, scavando siti. Rasmussen si separa poi dal gruppo e compie autonomamente — accompagnato soltanto da due cacciatori inuit — un viaggio di sedici mesi in slitta trainata da cani attraverso il Nord America fino a Nome, in Alaska. Con sé, come Fitzcarraldo, porta sulla slitta un grammofono e la musica lirica.
Il risultato scientifico è imponente: dieci volumi di dati etnografici, archeologici e biologici (The Fifth Thule Expedition 1921–1924, pubblicato postumo nel 1946), molti dei quali sono ancora oggi esposti nei musei danesi. Ma la dimensione che più colpisce, leggendo i resoconti di Rasmussen, non è quella quantitativa. È la consapevolezza, già matura in lui, del significato storico e culturale di ciò che sta documentando: «Fra molti anni questa religione sarà una leggenda e l’uomo bianco avrà appiattito tutto e avrà sottomesso tutto, i paesi e gli uomini, i loro pensieri, le loro visioni e la loro fede» (Rasmussen, 2011, pp. 296-297). Il suo progetto è dunque anche un atto di resistenza culturale: produrre memoria scritta, in primo luogo a beneficio degli stessi gruppi che documenta, prima che quella memoria venga sopraffatta.
Leggendo oggi le parole di Knud Rasmussen la fascinazione per queste comunità che vivono in condizioni estreme è grandissima; a cento anni di distanza, in un mondo che sta mettendo profondamente in discussione l’antropocentrismo, che si sta impegnando a ripensare l’ecologia, il suo racconto ci parla di un rapporto privilegiato e imprescindibile tra alcuni esseri umani e una natura feroce e al contempo straordinaria. Ci ricorda un mondo possibile in cui l’uomo non domina la natura ma convive con essa e un modo diverso di conoscere l’altro senza colonizzarlo.
Nel 1933, dopo sette spedizioni e una vita trascorsa tra due mondi, Rasmussen morì a Copenaghen, a soli cinquantaquattro anni, per una salmonella contratta mangiando kiviaq, carne di gazza marina lasciata fermentare nel corpo di una foca.
Mi piace pensare che, da allora, in qualche landa groenlandese risuoni ancora un’aria di Verdi.
Approfondimenti
Bibliografia:
- Rasmussen Knud (2011), Il grande viaggio in slitta, Quodlibet
- Rasmussen Knud (2018), Aua, Adelphi
- Rasmussen Knud (2020), Leggende groenlandesi, Iperborea
- Rasmussen Knud (2025), A Nord di Thule, Iperborea
Filmografia:
- Robert Flaherty (1922), Nanook of the North
- Zacharias Kunuk e Norman Cohn (2006), The Journals of Knud Rasmussen
- Zacharias Kunuk (2001), Atanarjuat – The Fast Runner
Le immagini sono tutte tratte dall’Archivio Fotografico della Società Geografica Italiana





