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Pubblicato il: 2 maggio 2020 alle 6:54

Terra Australis

Bicentenario del primo avvistamento dell’Antartide (1820-2020)

Filiberto Ciaglia
Reginald W. Skelton, Il cap. Scott, il dott. Wilson e il ten. Shackleton prima di muovere verso la lat. 82° 17’, 1901-1903

Reginald W. Skelton, Il cap. Scott, il dott. Wilson e il ten. Shackleton prima di muovere verso la lat. 82° 17’, 1901-1903

L’esistenza di un vasto continente australe affascinò le menti di geografi e viaggiatori a partire dall’età antica, una terra immaginata quale contrappeso alle masse continentali che affollavano l’emisfero boreale. Con l’avvento delle scoperte geografiche e le navigazioni dei capi più meridionali d’Africa e America a partire, rispettivamente, da Vasco De Gama e Ferdinando Magellano, la curiosità nei confronti dell’estremo meridione accrebbe la brama delle potenze che sognavano una terra popolata e ricca, la Terra Australis che iniziava ove finivano gli oceani. Nelle carte geografiche d’epoca moderna, il continente australe dominava nella parte bassa della mappa e si estendeva ben oltre i confini dell’Antartide ancora ignota ai naviganti. Si pensi alla mappa dell’Ortelius, del 1570, ove le coste del continente immaginario che erano bagnate dall’Oceano Pacifico arrivavano quasi a toccare l’Equatore, uno spropositato prolungamento a nord della massa di terra evidentemente comprensibile se osservato nell’ottica del riempimento della più grande ed ancora sconosciuta massa oceanica del pianeta.

Reginald W. Skelton, Preparativi per escursioni in slitta primaverili, 1901-1903

Reginald W. Skelton, Preparativi per escursioni in slitta primaverili, 1901-1903

La Terra Australe, come tutte le isole e i continenti immaginari esistiti e scomparsi via via che le scoperte facessero largo alla realtà geografica, servivano a rendere l’ignoto meno insopportabile, a non temere la fine delle mappe. Che l’idea di un continente meridionale influenzasse i viaggiatori nelle loro spedizioni nei mari del sud è cosa nota, della quale potrebbe essere tracciata un’ampia raccolta di esempi. Mi limiterò a tre viaggiatori. Il primo è Magellano, che nell’attraversamento dello stretto appena scoperto in direzione est ovest per passare dall’Atlantico al Pacifico, osservando le coste meridionali del braccio marittimo ipotizzò che quello fosse l’inizio di quel mondo australe popolato da creature sconosciute, ove albergavano le anime. Il secondo è un navigatore francese di nome Charles Bouvet, che si mosse due secoli dopo Magellano, nella prima metà del ‘700, e che solcando l’Atlantico verso l’estremo sud osservò una breve linea costiera in lontananza che interpretò senza alcun dubbio quale propaggine settentrionale d’un promontorio della Terra Australe, ma le successive scoperte dimostrarono che quella non era altro che la costa nord di un’isola sperduta e ghiacciata di 49 km quadrati, oggi nota quale Isola Bouvet.

Reginald W. Skelton, La “Discovery” nei quartieri d’inverno, 1901-1903

Reginald W. Skelton, La “Discovery” nei quartieri d’inverno, 1901-1903

Per ultimo, e non per importanza, v’è l’approdo in Georgia del Sud del navigatore James Cook, forse il più grande esploratore del Pacifico mai esistito, nel 1775. Obiettivo di quel viaggio, la seconda delle tre celebri traversate dell’inglese, era appunto determinare l’esistenza di un continente meridionale attraverso una circumnavigazione del globo che fosse il più meridionale possibile. Cook fu il primo navigatore, tra il 1772 e il 1775, a entrare nel Circolo Polare Antartico, ma non avvistò mai l’Antartide né tantomeno l’immaginaria Terra Australe. Pensò d’esservi approdato, appunto, quando raggiunse le coste ghiacciate della Georgia del Sud, ma continuando a navigare fu presto cosciente che quella terra non fosse l’agognato continente, bensì un’inospitale isola. Giunto nel punto più a sud chiamò quel capo “Cape Disappointment”, il capo della delusione, giacché la Terra Australe era ancora ben lungi dall’esser scorta. Fu solo nel gennaio 1820 che avvenne il primo avvistamento dell’Antartide, ad oggi conteso tra la spedizione russa Bellingshausen Lazarev, che giunse a 20 miglia dal continente e avvistò delle masse ghiacciate, e quella inglese di Bransfield, che attraccò nella Penisola Trinity, punto più a nord del continente, tre giorni dopo.

Reginald W. Skelton, Monte Erebus, 1901-1903

Reginald W. Skelton, Monte Erebus, 1901-1903

Al netto della contesa anglo russa quest’anno si celebra il bicentenario della scoperta dell’Antartide, che per la storia delle esplorazioni rappresentò la fine del sogno immaginario della Terra Australis ricca e popolata dalle letterature odeporiche dei secoli passati e l’inizio di una faticosa corsa al Polo Sud tra ghiaccio e montagne, che costò risorse, fatica e perdite umane per la sola conquista del punto più meridionale del pianeta. Prendeva avvio un’esplorazione delle terre ultime e meno ospitali della Terra, una corsa che passava altresì per l’intricato mosaico amazzonico e per le grandi catene montuose dell’Asia Centrale. Nemmeno un secolo dopo, il 14 dicembre 1911, Roald Amundsen raggiunse il Polo Sud. Non solo fu la fine di una serie nutrita di spedizioni e fallimenti delle potenze che presero parte alla sfida antartica, ma anche di una corsa secolare verso sud figlia di una vera e propria postura esplorativa dell’umanità europea errante: l’ossessione verso il più meridionale tra i continenti perduti.

Testi per approfondire

Antartide esplorata. Rassegna dei materiali presenti negli Archivi della Società Geografica Italiana disponibile in pdf
Forster G., Voyage Round the World in His Britannic Majesty’s Sloop, Resolution, Commanded by Capt. James Cook, During the Years 1772, 3, 4, and 5, London, Printed for B. White, 1777;
Pigafetta A., Relazione del primo viaggio intorno al mondo, Milano, Alpes, 1928;
Surdich F., Verso i mari del sud, Aracne Editrice, 2015;
Zavatti S.,L’esplorazione dell’Antartide, Torino, Utet, 1958.